Chiara Ghilardi
Il percorso “Donne per la Pace” è iniziato dopo il Congresso Nazionale di Pax Christi su proposta di otto donne che hanno voluto portare all’attenzione del movimento la matrice patriarcale di cui si ha poca consapevolezza – sia negli uomini sia nelle donne – e che spesso impedisce loro di esprimersi pienamente e di ricoprire ruoli di responsabilità, non solo nella società, ma anche purtroppo nella chiesa, nelle varie realtà ecclesiali e anche talvolta nel nostro movimento.
Lo scopo è quello di perseguire l’unitarietà tra mente e corpo, l’attenzione per la crescita di tutti e per il Bene comune, nella pratica di aiuto reciproco per risolvere in modo nonviolento gli inevitabili conflitti che ci troviamo a vivere nella vita quotidiana.
Il gruppo “donne per la Pace” si propone inoltre all’interno di Pax Christi di facilitare la costituzione di reti per la Pace tra donne e con gli uomini e, a questo scopo durante la scorsa primavera, ha organizzato tre incontri online aperti a tutti: il primo con Cristina Mattiello (presidente del Cipax), che ha trattato l’argomento “Donne e nonviolenza”, il secondo con Cristina Simonelli (teologa del Coordinamento delle teologhe italiane), che ha parlato di “Donne e Vangelo” e il terzo con Marcella Orsini (antropologa e collaboratrice di Mosaico di Pace), che ha trattato il tema “Donne costruttrici di pace”.
In questo articolo si prende in considerazione soprattutto quest’ultimo intervento, con la precisazione che Orsini applica la prospettiva di genere nella Cooperazione Internazionale, occupandosi in particolare della Cooperazione allo Sviluppo per la Solidarietà internazionale.
Il suo intervento è iniziato riferendosi alla risoluzione n.1325 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ha messo in evidenza il ruolo delle donne, non più solo come vittime degli stupri utilizzati come armi di guerra, ma come presenze attive e creative, capaci di costruire dinamiche di riconciliazione e di pace.
E’ stato infatti sottolineato quanto sia urgente facilitare ancora, in molte regioni del mondo, la partecipazione paritaria delle donne alla vita sociale, culturale e politica, che riparta dalla logica dell’attenzione e della cura, per poter contrastare il dilagare della cultura della guerra e della conseguente militarizzazione.
Alla Conferenza sulle donne di Pechino del 1995, la società civile femminile e femminista per la prima volta ha affermato che le donne sono promotrici e costruttrici di pace. In Rwanda e in ex-Yougoslavia sono emersi degli approcci fondati sui diritti umani e su una prospettiva di genere focalizzata sulla ricostruzione nei contesti di confitto e sulla costruzione della pace, proprio grazie al movimento delle donne che hanno subito una così grave violazione e che hanno stimolato i processi di riconoscimento della verità e delle responsabilità, scrivendo le loro storie e presentandole al tribunale internazionale, per ottenere anche un risarcimento per tutte le vittime.
Un caso eclatante è quello del Rwanda dove è stato compiuto un genocidio e dove, proprio grazie alla denuncia delle donne, è nato un percorso che le ha viste diventare dei “pilastri” per la costruzione di una pace non solo presente, ma anche futura nei loro paesi.
A questo proposito, la citata risoluzione n.1325 – ha evidenziato Orsini – nasce proprio per portare al centro la donna non solo come vittima, ma anche come costruttrice di pace, attraverso tre pilastri:
- la PROTEZIONE
- la PREVENZIONE
- la PARTECIPAZIONE
E’ rilevante notare come solo nel 2019 finalmente si è riconosciuto lo stupro, non più come “effetto collaterale” della guerra, ma come un CRIMINE CONTRO L’UMANITA’, come dimostra il suo “uso scientifico” come strumento di tortura e come arma di guerra per sterminare un intero popolo.
E’ fondamentale dunque lavorare su una memoria storica che riconsegni la verità, proprio attraverso il racconto delle donne vittime di violenza.
Durante l’incontro ci si è chiesto anche come parlare di “prevenzione”, di giustizia sociale, di equità attraverso la leadership femminile.
Joan Galtung afferma che poiché la società patriarcale è oppressiva e violenta, è necessario lavorare sulla “pace positiva”, cioè sui diritti umani fondamentali e sulla giustizia sociale, vale a dire su tutto ciò che è strategico perché non si arrivi al conflitto armato.
Nel 2016 le Nazioni Unite hanno affermato ancora che solo con il DIRITTO ALLA PACE, è possibile godere di tutti gli altri diritti fondamentali: le donne rwandesi, liberiane e iraniane della diaspora ci sono maestre…
L’apartheid di genere è nato nel 2021 in Afghanistan con il ritorno dei talebani al potere, che hanno messo in atto azioni che miravano a violazioni sistematiche e sistemiche della donna afghana per silenziarla e toglierle lo spazio politico, educativo e domestico, fino a murarle le finestre di casa, per impedire dall’esterno di vederla. La segregazione delle donne in quel paese è basata proprio sul fatto di essere donne ed è finalizzata a togliere loro ogni potere. Le donne avvocate, giornaliste e giudici non possono più lavorare o vengono licenziate. I libri scritti da donne vengono distrutti e le bambine possono andare a scuola solo fino a otto anni.
La leadership femminile e femminista presso i decisori politici è un atto politico fondamentale e fortunatamente in alcuni contesti, come quello rwandese, è stata raggiunta la maggior rappresentanza femminile in parlamento al mondo.
Un altro esempio positivo è quello delle donne cristiane e musulmane liberiane che nel 2003 si sono proposte come mediatrici per facilitare il raggiungimento di una pace formale nel loro paese: Ellen Johnson Sirleaf è stata la prima donna presidente di un paese africano ed ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 2011.
Inoltre, Orsini ha fatto cenno al 5° “Piano di azione nazionale” DONNE PACE SICUREZZA (Agenda Governativa Interministeriale) del Dipartimento Diritti Umani del Ministero degli Affari Esteri italiano, anche se è stato il 3° Piano a proporre le donne come “peacemaker”, con un accento particolare sul primo pilastro della “Protezione”. Oggi l’obiettivo è quello di favorire l’entrata delle donne nelle forze armate, con un’enfasi sulla “cultura securitaria”, piuttosto che sulla leadership femminile: le donne in Parlamento attualmente usano un linguaggio violento e il focus non è sulla “sicurezza” che si traduce in benessere per tutti, ma sull’aspetto securitario e militare.
In conclusion, di fronte al paradigma della violenza, è urgente “smilitarizzare la mente” e proporre un modello alternativo, un modello della contrapposizione, della mediazione, del depotenziamento dell’appeal del potere: oggi vengono tolti gli spazi politici, quindi è necessario soprattutto affrontare la sfida educativa, educando i giovani ad affrontare le controversie, a trovare un loro spazio, è importante ascoltarli, altrimenti vengono fagocitati negli spazi di evasione dei Social.
Dobbiamo chiedere loro: cosa pensi? Tu chi sei? Chi è il tuo role-model? Chi stimi?
Abbiamo terminato l’incontro con questi interrogativi, con lo scopo di proseguire il percorso iniziato, valorizzando le relazioni tra i generi, la fraternità, la solidarietà e la sorellanza e a questo scopo organizzeremo dal 16 al 18 ottobre un fine settimana alla Casa della Pace di Pax Christi a Impruneta (FI) per approfondire meglio alcune tematiche trattate e conoscerci meglio tra noi e… con chi vorrà partecipare: vi aspettiamo numerosi!
